FuturEvo, racconti, Sci-Fi

Pyongyang (1) di Davide Viganò

In tema con il COVID-19 vi presentiamo un racconto di Davide Viganò, contenuto nell’antologia FuturEvo – I Fasti d’Oriente di prossima pubblicazione

FuturEvo_cover_vol2
Copertina di Mauro Dell’Orto

Grattacieli… Una parata militare… Una ragazza sorridente.

Choi Yong-Ho si destò dal sogno trattenendo un grido di stupore e spavento. Il giovane scacciò con una pedata un topo intento a rosicchiargli l’alluce del piede sinistro. Il pavimento su cui lui e il suo collega, Chang Ha-Joon, avevano dormito era marcio e completamente bagnato. La mancanza del tetto aveva agevolato l’entrata della pioggia rendendo la casa abbandonata del tutto inagibile, ma i due uomini non si erano fatti troppi problemi a passarci la notte.
Una notte come sempre funestata da quel sogno così reale su una città stranissima formata da strane costruzioni mai viste nella Grande Patria Korea, eppure i visi di quegli uomini, bambini e donne erano coreani. Chioi Yong-Ho aveva parlato di questi strani sogni, queste allucinazioni che lo perseguitavano senza sosta da anni a un Monaco, il subdolo religioso aveva subito informato le autorità dell’esistenza di un eretico visionario, uno che vedeva in sogno l’antichissima città maledetta chiamata Pyongyang. Questo capitava durante il periodo in cui Il Grande Padre, il Sommo Imperatore Park Seoj-Un era stato appena visitato dall’Angelo di Dio, che gli aveva mostrato la Verità su un solo Dio reincarnato, guarda caso, proprio nell’Imperatore della Grande Patria Korea. Un Dio diverso da quelli adorati dai loro antenati e persino dal Dio unico, precedente al Grande Disastro, in cui credevano nel lontano regno di Edessa.
«Ragazzo sei sveglio?» Chang Ha-Joon si alzò con fatica dal pavimento, emettendo un rumoroso sbadiglio. L’uomo guardò fuori dalla finestra la desolante visione di un mondo quasi completamente distrutto. Non erano le violenze, la ferocia, la guerra a rendere un mondo squallido e orribile da vivere ma il suo totale abbandono. Come da molto tempo era quella parte della riva del fiume Han. La loro riva era quella degli appestati. Le guardie imperiali avevano ammassato tutti gli infetti in una parte precisa della Città Splendente. Migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini, anziani, persino animali. Il Grande Padre e Sommo Imperatore si era rinchiuso nel suo castello con i suoi funzionari, soldati, uomini di Dio, donne di piacere, schiavi da tormentare per diletto, schiave da sfruttare per effimeri piaceri. Si davano alla pazza gioia. Orge e cibo non mancavano mai. «Hai nascosto bene il nostro carro? Non vorrei che gli uomini di Kim Min-Ho ce lo avessero rubato. Poi come facciamo a recuperare i cadaveri degli infetti?»
Choi Yong-ho si rese conto che il suo anziano collega non lo stava minimamente ascoltando. Forse il vecchio ripensava ancora alla notte che lo avevano arrestato e preso sua moglie per portarla alla corte. Dove sarebbe finita a far parte delle cortigiane.
Tutto questo era successo perché lui aveva assassinato un Guaritore, uno dei tanti che all’epoca giravano il paese promettendo di salvare la vita alle giovani donne grazie al loro fluido magico, il quale non era sperma normale come quello di ogni uomo, ma un prezioso dono di un dio ormai dimenticato da tutti, ma che in quei tempi era idolatrato in quanto si occupava della fertilità.
Il Guaritore si era chiuso in camera con la loro bambina promettendo una sicura e veloce guarigione. Chang Ha-Joon sentiva ancora le urla strazianti della sua piccola. E il respiro affannoso dell’uomo, la sua risata strozzata, i mugoli di soddisfazione. In breve, Chang aveva abbattuto la porta e allontanato in malo modo quel ciarlatano, il quale si era ricomposto in fretta e furia ed era scappato fuori dalla casa di Chang, inciampando più volte nei mobili del soggiorno.
«Interrompere una celebrazione sacra!!! Chiamerò le guardie!» il Guaritore aveva urlato con un tono di voce stridulo e fastidioso, ma Chang Ha-Joon non gli aveva prestato attenzione. Il suo sguardo non si staccò mai dal corpicino martoriato della sua povera figlia. L’uomo non sentì nessun rumore intorno a lui, persino la consistenza fisica del suo corpo scomparve. Tutto era avvolto in un silenzio assoluto che lo avvolse e quasi soffocò. L’uomo si rese conto di stare tentando di urlare, ma dalla bocca non uscì nessun suono. Tutto svanì tranne il corpo della sua bambina.
«Ecco il carro, sbrigati ragazzo! Abbiamo molto lavoro da fare, anche se mi domando perché lo facciamo.»
«Per non lasciare i morti da soli. Così stanno in compagnia.»
«Ragazzo, ma che bisogno hai di aver compagnia quando sei morto? Guardati intorno! La vedi la nostra riva? È terra marcia, abitata solo da infetti ed emarginati. Chi controlla quello che facciamo? Nessuno.» Chang Ha-Joon con fatica legò i cavalli al carro che aveva le ruote bloccate dal fango. Il ragazzo, senza che il collega gli chiedesse di aiutarlo, si stava muovendo per sbloccare le ruote e mettersi in viaggio. Alla fine, i due riuscirono a partire.
«Vieni con me al nord. Aiutami a trovare Pyongyang. Cominceremo una nuova vita lassù.» Choi Yong-Ho gettò un’occhiata furtiva dalla parte del suo collega, il quale pareva troppo impegnato a tirar le redini e governare i vecchi e malandati cavalli. Ben presto il loro carro si trovò circondato da bambini vestiti di luridi cenci, scalzi, molti con dei bubboni ben visibili e altri scossi da violenti colpi di tosse e dalla perdita di sangue dalla bocca. L’uomo li osservava con tenerezza e rabbia trattenute a stento. Povere piccole vittime di quella maledetta epidemia.
«Solo un malore momentaneo provocato dalla puntura di una pulce!» Chang parlò ad alta voce tra sé e sé. come se fosse perso in un altro mondo.
«Oh, non si è mai capito bene cosa sia questa strana malattia. Alcuni hanno queste escrescenze sul corpo, altri tossiscono, sputando sangue. Non so a cosa sia dovuta. Forse la carestia, te la ricordi? Avevamo irritato gli dei. Quando ancora ci credevamo agli dei.» Il giovane rispose al suo anziano collega, provando un senso di malinconia desolazione. Suo fratello minore lo avevano portato via le guardie per condurlo al Castello dell’Imperatore. Sarebbe diventato uno dei tanti giocattoli della figlia del Grande Padre Sommo Imperatore.
«Ora lui se la starà spassando. Sai, i giocattoli dei figli dell’Imperatore sono trattati benissimo. Mio fratello poteva esser qui, con questi bambini destinati alla morte. Invece è salvo.» Choi guardò l’altra riva del fiume Han. Là vivevano i sani. Ogni giorno si svegliavano nelle loro case con pavimenti asciutti e costruiti con legno pregiato. Le famiglie facevano colazione insieme e poi correvano verso le loro vite. Tutti mangiavano, bevevano, si divertivano. Si narrava di orge interminabili nel Salone delle Feste. Suo fratello sicuramente viveva meglio nella sala dei giocattoli, nonostante i capricci dei figlioli del Grande Padre Sommo Imperatore. Almeno si era risparmiato la tragica dipartita di tutta la loro famiglia, uno dopo l’altro deceduti per via di quella maledetta epidemia portata dalle pulci. I visi deformati, la febbre alta e i deliri dei suoi genitori e fratelli tormentavano ancora la memoria del povero ragazzo. Lui, in quel periodo, era rinchiuso nella prigione degli eretici. L’avrebbero arso vivo da lì a poco, poi vista la necessità di persone da utilizzare per seppellire i cadaveri o bruciarli, Choi Ha-Joon era stato trasferito a forza nelle file dei Becchini.
L’odore pungente di corpi carbonizzati riempie le narici di Chang e Choi. L’uomo anziano non si era ancora abituato a quell’odore così nauseante, mentre il giovane pareva che non si accorgesse di nulla. Quest’ultimo pensava solo al nord, a quella città tanto maledetta dai vecchi saggi, invece per lui era il rifugio che un dio aveva voluto dare a loro. Forse se avesse potuto portarci tutti i bimbi vestiti di luridi cenci, le madri impazzite che cullavano per giorni il cadavere dei figlioli, gli uomini resi muti per colpa della tragedia di aver perso ogni cosa, la vita di costoro sarebbe cambiata.
Il giovane, infatti, si sentiva bene grazie al pensiero di portare tutta quella povera gente in quella terra lontana ma la felicità durava pochissimo. Il carro passava accanto a un infetto che sul ciglio della strada si dimenava con grande fatica sul corpo di una giovane donna, la quale alzava debolmente il braccio sinistro verso Choi, forse un gesto disperato, una richiesta d’aiuto, ma il giovane non aveva il tempo per far nulla. Il carro li lasciò ben presto indietro. Due corpi indistinguibili abbandonati al loro destino.
«Dovevamo fermarci?» Choi Ha-Joon chiese al suo collega.
«Perché? Lei era già morta e lui un poveraccio col destino segnato» l’uomo si vergognava per la sua risposta e la sua codardia, ma da tempo cercava di difendersi dall’orrore facendosi agli affari suoi.
Chang Ha-Joon aveva trovato il Guaritore che si sbronzava in una locanda. Era al tavolo con due prostitute ossute e malaticce, però al porco maniaco questa cosa non interessava affatto. Stordito dal pessimo vino e dalla svogliata presenza delle due che si limitavano a qualche rapida palpatina al flaccido pene del Guaritore, l’uomo non vide Chang entrare e dirigersi furioso verso di lui. Un delitto fu tra i più brutali e spettacolari, mai commessi nella Grande Patria Korea. La Città Splendente fu scossa dall’accaduto, ma ben presto scoppiò la guerra civile e subito dopo l’epidemia. Sulle prime si pensò che fosse colpa degli stranieri, così vi furono linciaggi e roghi contro gli stranieri e le loro case. Successivamente toccò ai sapienti, perché incutevano terrore immotivato nella popolazione, parlando di malattia infettiva che si prende per via aerea anche se in alcuni casi la trasmissione era dovuta alla puntura delle pulci. Pulci di ratti. Solo che con la carestia la popolazione aveva mangiato anche i ratti e le pulci si erano messe a pungere gli esseri umani, condannandoli alla morte. I sapienti rompevano le palle con le loro parolone e le loro indecisioni, così furono spazzati via in men che non si dica. Infine, il Grande Padre sognò di essere la reincarnazione di un dio. Decise di abbandonare i vecchi dei e di eliminare Monaci e Guaritori. Poco dopo l’esercito costrinse tutti gli indesiderati su una riva del fiume. Affondarono le barche per impedire che la gente tentasse di raggiungere la riva dei ricchi e dei sani. Da anni Chang viveva in quella zona popolata da cadaveri, malati, pazzi e sadici di ogni risma. Da tempo non pensava alla malattia, alla possibilità di contagiarsi. Da tempo ascoltava con distacco e noia le storie del ragazzo sulla città di Pyongyang e sul paradiso che li avrebbe accolti.
CONTINUA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...